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22 novembre 2010

Esami di avvocato ..e non solo

 

I - Purtroppo la vicenda degli esami di avvocato sta risentendo del generale clima di scarsa considerazione pubblica in cui versa la Magistratura e, in quest’ambito, di alcuni equivoci che, come magistratura associata, contribuiamo ad alimentare.
Il punto di partenza del discorso è che la presenza dei magistrati (e dei professori universitari) nelle commissioni di esame è di per sé assolutamente giustificata per le interrelazioni istituzionali e funzionali che esistono fra giurisdizione e foro e fra le rispettive professionalità. Tale partecipazione dovrebbe essere tuttavia intesa come qualificante e di garanzia: quindi con la sola presidenza delle commissioni e delle sottocommissioni (com’era un tempo) e non come ora che tale composizione (con due membri magistrati, un professore e due avvocati di cui uno presidente) si traduce in un mero reclutamento di manodopera da parte dell’avvocatura, che ingiustificatamente (sono almeno 250'000 iscritti !) scarica all’esterno le proprie diseconomie.
Due rapide notazioni, prima di proseguire nel discorso.
L’avvocatura, dopo aver perseguito per almeno tre lustri, la politica de “il numero è potenza”, deliberatamente consentendo, come lamentato da tanti colleghi, l’iscrizione all’albo di gente manifestamente impreparata, con le allarmanti disfunzioni che ci ritroviamo in udienza, ha ora adottato un indirizzo generale restrittivo: sono attualmente in commissione e devo dire che gli effetti di questo revirement si toccano con mano (non di rado sono io a “largheggiare” nel giudizio in commissione), dunque attualmente non mi sento mortificato e credo che sia così a livello generale.
Dal punto di vista “difensivo” ricordo ai colleghi che il CSM ha precisato che l’inserimento nelle commissioni d’esame non dà luogo ad esoneri dal lavoro giudiziario ma deve essere annotata in calce alle statistiche del lavoro giudiziario in quanto causa di giustificazione di una minore produttività del magistrato nel periodo d’impegno: questo lenisce il problema interno per i colleghi nelle diverse situazioni (abbinamento con mega-distretti per numero di concorrenti, come nel caso di Bologna; tempi di trasferta per chi non risiede nella sede di Corte d’appello …) ma lo lascia invariato sul piano esterno (quali sono gli effetti sull’andamento del ruolo e che faccia fanno i cittadini quando rinvii la causa fissata in decisione ? per esempio).
II - La vera questione, oltre al problema di partecipare alle commissioni con ruolo guida e non come riempitivo di comodo, è che la stragrande maggioranza dei colleghi che fanno il proprio dovere cercando di far fronte all’imponente domanda di giustizia, perché ne “vivono” l’oggettività, senza bisogno di sollecitazioni produttivistiche dei capi o del CSM, non dispone più, com’era in passato, di tempi liberi che consentano di ammortizzare l’impegno profuso in attività collaterali del tutto legittime e proficue, tra le quali annovero anche gli incarichi extragiudiziari, l’attività scientifica e la stessa attività associativa.
Il problema dunque si sposta sul non aver mai tutelato il nostro status professionale, sul non aver richiesto con forza e determinazione che s’instaurasse una correlazione oggettiva e non meramente soggettiva fra domanda e capacità di risposta della giurisdizione, sul non aver predeterminato i c.d. carichi esigibili, al di là di un tot dai quali ritenersi in pace col “datore di lavoro” e con la coscienza per dedicarsi quindi, serenamente, alle attività collaterali e libere, anche paragiudiziarie.
E’ l’idea che di fronte alla crisi “la Magistratura farà da sé” che è sbagliata: è encomiabile dal punto di vista soggettivo ma errata dal punto di vista delle scienze dell’organizzazione e della gestione delle risorse umane; perniciosissima quando, come di fatto avvenuto, diviene un effettivo asse portante di politica associativa e di interpretazione dell’autogoverno.
Certo, per alcuni aspetti il cambio di mentalità è di per sé giusto e dovuto: l’adozione di best-practices nella gestione delle udienze per eliminarne o ridurne le disfunzioni legate a mentalità passatiste, di “pigrizia”, di attendismo, di “gioco in difesa”, nostri e degli avvocati; la reinterpretazione degli istituti processuali alla luce dell’art. 111 della Costituzione e la tecnica essenziale, “anglosassone” di redazione dei provvedimenti di primo grado, per fare alcuni esempi, sono necessitate a prescindere dalle condizioni esterne di svolgimento del lavoro.
Ma ciò non basta e non è risolutivo.
L’accelerazione delle dinamiche e della conflittualità in una società moderna richiede risultati concreti, tangibili: la contrazione dei tempi medi ed assoluti di definizione delle controversie e l’imponente incremento di produttività del lavoro giudiziario risultanti dal confronto delle serie statistiche di oggi e di qualche decennio fa vale a merito soggettivo dei magistrati ma non è determinante per la soddisfazione della domanda sociale, laddove il divario fra domanda ed offerta, certamente ridotto in termini assoluti, si aggrava in termini relativi. E dunque è logico che, parimenti su di un piano soggettivo, tanti cittadini escano contenti dalle nostre udienze, quando hanno visto il Giudice all’opera, ma che il discredito del servizio nel suo complesso permanga e si aggravi, ampiamente legittimando campagne politiche e mass-mediatiche volte ad altri fini.
III - La nostra colpa sta nel partecipare attivamente alla confusione dei piani. Il piano interno, sul quale mi sembra sia stato fatto e si faccia tutto quanto è possibile per migliorare (che poi vi siano vistose contraddizioni o che non ci si riesca sempre è altra questione, che va risolta al nostro interno con gli strumenti che ci sono e sono efficaci), ed invece il piano esterno, sul quale non abbiamo alcuna reale capacità d’incidenza (se non “politica”, ma in questa fase l’ANM conta zero): riqualificazione e quindi riduzione dei professionisti legali, riqualificazione e reclutamento del personale, edilizia giudiziaria e penitenziaria, stanziamento delle risorse strumentali e finanziarie, geografia e logistica degli uffici giudiziari, riforma delle procedure, ecc.
Eppure nel programma dell’ANM e in tutte le occasioni di interventi in pubblico i due piani sono confusi, le rispettive responsabilità – nostre per il piano interno, del Ministro per quello esterno – non sono nettamente richiamate. Si dà conto delle nostre iniziative di autoriforma insieme e non separatamente rispetto all’assenza degli interventi di competenza altrui.
Quasi sempre si esordisce dando atto e spiegando le colpe nostre, come se ciò fosse utile e qualificante (qualcuno addirittura se ne compiace, quasi a dire guardate quanto sono bravo mentre molti colleghi sono neghittosi), senza ovviamente arrivare a spiegare il secondo essenziale termine dell’equazione. Ciò consente a chiunque, bene o male intenzionato, di fare un’unica somma, negativa, di addendi fra loro disomogenei, e quindi di ritenere i magistrati, la corporazione non esente da una responsabilità in definitiva unica, cumulativa ed indifferenziata.
IV - Dell’equivoco che autoalimentiamo e che qui denuncio vi è chiara traccia, per stare all’attualità, anche nella riforma del Codice etico appena approvata dall’ANM. In sede di CDC non c’è stato verso di far capire che, all’art. 4, il dovere di ottimizzazione dell’utilizzo di mezzi, dotazioni e risorse dell’ufficio fa carico a chi ne ha la disponibilità, cioè ai capi degli uffici e ai semidirettivi, e non alla generalità dei magistrati, che non ne hanno alcuna disponibilità (se non abusiva, in qualche caso), mentre il dovere generale di ottimizzazione del servizio per quanto ricadente sul piano interno dell’attività è con chiarezza stagliato all’art. 11: il magistrato “fa tutto quanto è in suo potere per assicurare la ragionevole durata del processo”. E neppure è stato possibile rendere inequivoca la distinzione dei due piani all’art. 3, laddove ho vanamente chiesto che al dovere del magistrato di svolgere le funzioni “con diligenza ed operosità, impegnandosi affinché alla domanda di giustizia si corrisponda con efficienza, qualità ed efficacia” si aggiungessero le parole “ferme le responsabilità organizzative altrui”.
Quali esempi di nostri ulteriori gravi limiti, per equivocità di programmi e di comportamenti, non certo per la buona volontà agli stessi sottesa, cito di assoluta attualità i seguenti:
1) invece di rivendicare con forza e puntare i piedi sulla necessità di una politica del personale amministrativo congrua alla bisogna (assunzioni, turn-over generazionale, riqualificazione ed incentivazione) e conforme agli impegni di non esternalizzazione dei servizi assunti con le Organizzazioni sindacali nell’ambito del Patto per la giustizia, come ANM, CSM e, non a caso anche, astutamente, Ministero (v. modelli sul sito) indichiamo come esemplari i casi di reperimento, od elemosina, di forza lavoro raccogliticcia da impiegare temporaneamente presso gli uffici mediante convenzioni che i singoli capi, qua e là, a macchia di leopardo, secondo il buon cuore dei somministranti, stipulano con enti locali, istituzioni e collegi professionali, con l’effetto di ospitare in modo estemporaneo praticanti di varia estrazione, tirocinanti in formazione, distaccati e personale in varia mobilità.
Intanto, però, Brunetta ha fatto il D.L. 112 / 2008, col gioco di prestigio della scomparsa dei pregressi vuoti di organico, senza esoneri per la giustizia, e ha promesso ulteriori “tagli lineari” al personale delle P.A. per 300'000 posti in tre anni ….
2) invece di rivendicare con forza e puntare i piedi sulla necessità di destinare personale qualificato al core business della giurisdizione (la risposta di giustizia), per incrementare la quantità non a scapito della qualità, cioè per l’istituzione dell’ufficio del giudice (vale a dire – secondo una minimale interpretazione – per dotare il giudice di quell’assistenza ravvicinata e personale che è tipicamente connaturata, in tutti i tempi e a tutte le latitudini, alle professioni intellettuali), il progetto del Processo Civile Telematico va avanti (dove va avanti !) come succedaneo del personale che non c’è per svolgere le semplici ed esclusive funzioni di front-office cui sono ora dedicate le cancellerie e in vista di sue ulteriori radicali riduzioni.
Insomma anziché, come previsto, reingenerizzare col PCT il lavoro giudiziario riducendo in modo netto le attività manuali e pratiche delle cancellerie (di mera movimentazione e registrazione continua di atti e di sportello) grazie all’informatica e alla telematica (che questo può dare) per liberare risorse di personale che, motivato e riqualificato, passi allo svolgimento di attività di supporto alla giurisdizione, aumentandone efficienza ed efficacia, lo scenario attuale – con Alfano e Brunetta che vanno in giro a dichiarare di aver (già) digitalizzato la Giustizia – prevede che il magistrato faccia da sé scarico e trasmissione degli atti, sopportando integralmente in proprio i tempi di riconversione alle procedure telematiche (cui per il suo lavoro non è interessato), il maggior tempo richiesto per l’esame del fascicolo informatico rispetto a quello cartaceo, le disfunzioni dello strumento avvalendosi di un’assistenza informatica “graziosa”, ridotta e discontinua, la coesistenza a tempo indeterminato di doppie procedure (telematica e tradizionale), la mazzata alla vista che deriva dall’utilizzo ancor più intensivo dello schermo, ecc. ecc.
Tutto quindi senza alcuna contropartita, senza rivendicare il proprium della professione intellettuale, e con la sottintesa imposizione del mantenimento ed anzi di un ulteriore incremento di produttività.
Cosicché, in assenza di prese di posizione in sede associativa e di autogoverno che richiamino i soggetti alle rispettive responsabilità e al dovere di fornire idonee contropartite per i maggiori sforzi richiesti, io e gli altri colleghi coinvolti nei progetti ci ritroviamo nel solito equivoco: non siamo contrari, ed anzi siamo favorevoli, all’innovazione ma certo non in queste condizioni; non siamo disposti ad accettare un puro e semplice demansionamento per poi sentirci dire che siamo responsabili o corresponsabili del fallimento (visto che la dura realtà dei fatti prevarrà comunque sul volontariato e sull'improvvisazione).
Così, quando la Lega rispolvererà il progetto di regionalizzazione della Giustizia e l’ANM dirà “no, non è possibile”, ci sentiremo dire che la regionalizzazione è già nei fatti e che non sono mai state prima contestate le sovvenzioni di mezzi e personale ricevute dagli enti locali del Nord.
Così, quando la prossima volta diranno che i nostri stipendi sono troppo alti e noi rivendicheremo la professionalità delle nostre funzioni, ci sentiremo dire “ma come ? se si fanno con l’informatica ! tutti gli altri impiegati che si occupano di data entry sono meno remunerati”.
E’ ora di cambiare o no ?
Carlo Coco
 

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