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07 ottobre 2025Stefano Amore, magistrato in servizio presso la Corte Costituzionale

L’ESEMPIO DI UN MAGISTRATO

Girolamo Tartaglione era nato a Napoli il 27 settembre del 1913. Laureatosi in giurisprudenza e superato il concorso in magistratura, aveva iniziato la carriera come sostituto Procuratore della Repubblica, prima al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, poi in quello di Napoli. Nel 1956 era stato collocato fuori ruolo presso la Direzione generale degli Istituti di prevenzione e di pena. Rientrato in ruolo come Consigliere della Corte di appello di Bari, sarebbe divenuto, successivamente, Consigliere della Suprema Corte di cassazione e, nel 1974, Avvocato Generale presso la Corte di appello di Napoli. Nel 1976, il Ministro di Grazia e Giustizia lo nomina Direttore generale degli affari penali. Ma il 10 ottobre del 1978, mentre sta rientrando a casa da Via Arenula, sede del Ministero di Grazia e Giustizia dove lavora, viene assassinato dalle Brigate Rosse. Quello contro Tartaglione non è un attentato inatteso. Anzi, è quasi un omicidio annunciato. Le Brigate Rosse hanno già ucciso a Roma, otto mesi prima, il giudice Riccardo Palma, direttore dell’Ufficio VIII (edilizia penitenziaria) della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, e Tartaglione sa benissimo che il rischio di essere vittima di un attentato terroristico è altissimo.

L’ESEMPIO DI UN MAGISTRATO

Girolamo Tartaglione era nato a Napoli il 27 settembre del 1913. Laureatosi in giurisprudenza e superato il concorso in magistratura, aveva iniziato la carriera come sostituto Procuratore della Repubblica, prima al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, poi in quello di Napoli. Nel 1956 era stato collocato fuori ruolo presso la Direzione generale degli Istituti di prevenzione e di pena. Rientrato in ruolo come Consigliere della Corte di appello di Bari, sarebbe divenuto, successivamente, Consigliere della Suprema Corte di cassazione e, nel 1974, Avvocato Generale presso la Corte di appello di Napoli. Nel 1976, il Ministro di Grazia e Giustizia lo nomina Direttore generale degli affari penali. Ma il 10 ottobre del 1978, mentre sta rientrando a casa da Via Arenula, sede del Ministero di Grazia e Giustizia dove lavora, viene assassinato dalle Brigate Rosse.

Quello contro Tartaglione non è un attentato inatteso. Anzi, è quasi un omicidio annunciato. Le Brigate Rosse hanno già ucciso a Roma, otto mesi prima, il giudice Riccardo Palma, direttore dell’Ufficio VIII (edilizia penitenziaria) della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, e Tartaglione sa benissimo che il rischio di essere vittima di un attentato terroristico è altissimo.

Nonostante ciò, rifiuta la scorta che gli viene offerta.

«È come viaggiare a 150 all’ora in autostrada e se scoppia una gomma sei morto, non c’è niente che si possa fare»
così Tartaglione giudica l’utilità della scorta. La sorella, nel 1993, in una intervista a Giampaolo Tucci sull’Unità, racconterà che il fratello, profondamente cattolico, non aveva voluto la scorta per non mettere a repentaglio, inutilmente, altre vite.

Durante il sequestro Moro, Tartaglione aveva dato parere negativo alla proposta di concessione della grazia a Paola Besuschio, militante delle BR, che era stata proposta per uno scambio con il Presidente della DC. Ma a farlo divenire un obiettivo primario delle Brigate Rosse era stata, soprattutto, l’intelligente azione riformatrice del sistema penale e penitenziario che aveva condotto.

Così, attorno alle ore 14 del 10 ottobre 1978, due brigatisti si nascondono vicino all’ascensore della scala numero 3 del condominio di via delle Milizie 76, in cui il magistrato vive. Quando Tartaglione imbocca l’androne, per salire nella propria abitazione, uno dei due gli sbuca, improvvisamente, alle spalle e lo uccide, sparandogli due colpi di pistola alla nuca. Quindi, gli assassini si danno alla fuga, con la borsa piena di carte del magistrato. Nel palazzo abitano 142 famiglie, ma nessuno si accorge di quanto sta accadendo.

Nel volantino di rivendicazione dell’omicidio che i brigatisti invieranno alla redazione romana del Corriere della Sera, facendolo trovare in un cestino di via del Tritone, Tartaglione, paradossalmente, viene descritto in modo encomiastico:

«Relatore di prim’ordine a tutti i convegni e seminari nazionali ed internazionali, ha ricoperto incarichi sia all’Onu che in seno al Consiglio d’Europa; ha fatto parte della Commissione ministeriale che studia la riforma dei Codici, era segretario della sezione criminologica del Centro di prevenzione e difesa sociale; ha prodotto decine di pubblicazioni».

Le indagini per scoprire i responsabili del delitto non furono facili. Patrizio Peci, quando si pentì ed iniziò a collaborare, precisò subito di non sapere nulla dell’omicidio di Tartaglione che era stato deciso, autonomamente, dalle BR romane.

Secondo la ricostruzione effettuata all’esito delle indagini, le Brigate Rosse avevano deciso, inizialmente, di colpire un altro magistrato in servizio al Ministero della Giustizia, ma poi Prospero Gallinari, dirigente della colonna romana, si era convinto che Tartaglione poteva costituire un obiettivo di maggiore rilievo politico.

Giovanni De Matteo, all’epoca Procuratore della Repubblica di Roma, ha raccontato il terribile momento in cui giunse sul luogo del delitto:

«Accorsi, ma non potetti raccogliere l’ultimo respiro né l’ultimo rantolo di Girolamo. Dovetti chiudere i suoi occhi ancora sbarrati dal terrore, con le pupille che conservavano l’ultima visione, l’immagine dell’uomo disumano che lo colpiva. Ho ancora dinanzi a me la visione di tutto quel sangue che fluiva dalla carotide e arrossava indumenti, oggetti, pavimento, scalini».

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato così Girolamo Tartaglione, il 10 ottobre 2018, in occasione dei quarant’anni dal suo assassinio:

«Il 10 ottobre del 1978 Girolamo Tartaglione, magistrato in servizio presso la Direzione generale degli affari penali del Ministero di Giustizia, veniva ucciso dalle brigate rosse. Tartaglione aveva profuso il suo impegno professionale nella giurisdizione penale ed era conosciuto come uno dei maggiori esperti europei del diritto penale, della criminologia e, soprattutto, del diritto penitenziario...»

Tartaglione, terziario francescano, animato da una profonda spiritualità e da un sentimento di umanità che ne facevano un uomo e un giudice senza eguali, aveva sempre operato nella prospettiva di chi, al di là di ogni cornice ideologica, riconosce nei valori della convivenza il fondamento della società civile.

Il tema del reinserimento sociale e della rieducazione dei detenuti costituiva per lui un punto centrale: in questa prospettiva, egli aveva intuito, con straordinaria sensibilità, l’importanza di coinvolgere pienamente le famiglie dei rei nei programmi rieducativi, comprendendo il peso e il pericolo della solitudine che grava su chi è privato della libertà.

Un messaggio di grande umanità che il suo assassinio non ha potuto cancellare.

Nel numero speciale della Rassegna penitenziaria e criminologica del 1990, che raccoglieva gli atti del convegno del 10 ottobre 1989 dedicato agli scritti di Girolamo Tartaglione, è riportato anche l’intervento di Giuliano Vassalli, il quale, in quella circostanza, ricordò con profonda commozione la figura del magistrato, sottolineandone non soltanto l’elevato valore professionale e scientifico, ma anche le straordinarie qualità umane.

In quel convegno, ad esaminare gli scritti in materia penitenziaria di Tartaglione, fu Luigi Daga, che sarebbe stato assassinato anche lui, pochi anni dopo, il 26 ottobre 1993, mentre era in missione al Cairo per partecipare ad un convegno di Diritto penale.

La sua convinzione di fondo era che la pena dovesse essere orientata alla rieducazione del condannato e che il trattamento dovesse assumere carattere personalizzato, adattandosi alle esigenze concrete di ciascun individuo.

Nel suo scritto del 1972 “Le funzioni del Giudice di Sorveglianza”, egli sostenne che nel nuovo ordinamento avrebbe dovuto trovare riconoscimento la tutela giuridica di un interesse specifico del condannato: quello alla rieducazione e al reinserimento sociale.

Soltanto nel 1981 la Corte di Cassazione avrebbe enunciato il principio, chiaramente intravisto da Tartaglione quasi dieci anni prima, secondo cui il trattamento penitenziario costituisce, dal punto di vista giuridico, un obbligo per l’Amministrazione penitenziaria, cui corrisponde un diritto del detenuto.

Ci si potrebbe chiedere, in conclusione, che senso abbiano queste brevi note a distanza di così tanti anni dall’omicidio del collega. Ma ricordare Tartaglione non significa soltanto volgere lo sguardo al passato: vuol dire riaffermare il valore di quelle libertà che oggi ci appaiono come naturali, ma che sono state conquistate al prezzo di sacrifici immensi. Significa prendere coscienza che la democrazia e i diritti non sono un dono, bensì un patrimonio conquistato a caro prezzo, che abbiamo il dovere di custodire e di continuare a far crescere.

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