Recensione
Manuel Bianchi, Profitti criminali.
Aracne Editrice, Roma, 2026 (pagg. 1-244, € 19),
Collana Teoria e prassi della giustizia penale contemporanea
Con Profitti criminali, Manuel Bianchi, magistrato della Corte di cassazione addetto al Massimario penale, continua il suo percorso di approfondimento concettuale sull’illecito penale ([1]). Egli, con quest’ultima opera, si ripromette di esplorare la nozione di “profitto” nel diritto penale italiano (Codice e leggi speciali), proponendo della stessa una ridefinizione che “risulti munita di una serie di caratteri imprescindibili … in grado di preservarne la coerenza con i presupposti dello Stato costituzionale di diritto”, secondo quanto lo stesso Autore preannunzia nella Prefazione del libro.
La lettura si rivela per il lettore-giurista quantomai fruttifera, in quanto la trattazione – articolata in due parti reciprocamente funzionali – si muove con ampio respiro espositivo e argomentativo. La prima parte muove dalla preliminare definizione della cornice fenomenica in cui si colloca il concetto di profitto illecito e affronta il tema delle politiche criminali adottate dagli Stati per colpire i profitti illeciti, costituendo una sorta di prologo alla trattazione di diritto sostanziale e processuale. La seconda parte rappresenta, invece, lo svolgimento piano e conseguenziale della tesi dell’Autore, per il quale “il profitto criminale deve intrattenere con il reato che l’ha generato un rapporto causale quanto più possibile immediato e diretto … di ciò che è giuridicamente rilevante” (i corsivi sono dell’Autore).
L’analisi viene svolta in termini serrati e conseguenziali, passando dall’illustrazione della dimensione sostanziale che il profitto assume nel processo penale alla sua definizione quale “vantaggio la cui derivazione dal reato è chiara ed esclusiva” – ovvero “arricchimento che nella sua interezza … non può essere spiegato diversamente che con il compimento dell’attività criminosa in contestazione” (pag. 174) – fino alla verifica dei limiti che il concetto stesso incontra nella legalità costituzionale. Una metodica nascente dall’intento dell’Autore di non cadere nel labirinto delle fonti sovranazionali (o negli abbagli del giustizialismo) ed evitare un ampliamento indiscriminato dei confini del concetto di profitto.
L’indagine è proiettata anche sugli strumenti giuridici strumentalmente indirizzati a colpire il perseguimento del profitto illecito. Superando le suggestioni di una visione meramente giurisprudenziale, l’Autore si interroga sul rapporto di proporzionalità che deve sussistere tra la sanzione e il comportamento posto in atto e pone in evidenza come la non corretta perimetrazione del concetto di profitto possa aggravare oltremodo le conseguenze dell’eventuale confisca “delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto” (art. 240 c.p.). In quest’ambito egli svolge la sua tesi circa il carattere “punitivo” e non “ripristinatorio” che deve assumere la confisca di profitto, con il proposito di evitare i dommatismi e di confrontarsi (invero con larghezza di argomenti) con la giurisprudenza della Corte costituzionale e delle Sezioni unite della Corte di cassazione.
Un’opera, dunque, chiara negli intenti e ricca di spunti interdisciplinari, che per la sua ariosità si rivela di interesse generale e non si chiude nel pur ampio campo dei cultori del diritto penale.
[1] Si veda dell’Autore anche Oltre la perfezione: Saggio sulla consumazione finale del reato, ed. Dike giuridica, 2023.
